Ecovillaggi: cosa sono e quali sono?

by Silvia Lac on 5 giugno 2011

Microsocietà a misura d’uomo e di ambiente, gli eco-villaggi vengono spesso definiti comunità intenzionali ecosostenibili, a sottolineare l’importanza di quella forte intenzione iniziale a vivere secondo modelli di sostenibilità ecologica e socioculturale, economica, che ne sostiene la nascita, l’insediamento nel territorio e lo sviluppo nel tempo.

Lo stile di vita a impatto zero è sentito come un impegno costante, un valore condiviso da tutti i membri della comunità, tangibile nelle scelte abitative, di consumo, di alimentazione energetica.
Spesso l’edilizia, privilegia materiali locali per la costruzione, come pietre e legno, integrandosi perfettamente con il territorio circostante, e l’uso di fonti rinnovabili, come i pannelli solari, garanzia di energia pulita.

La struttura socioeconomica si caratterizza per: la presenza di una cassa comune, a cui tutti partecipano secondo modalità gestite autonomamente dalla comunità; la condivisione di spazi di servizio, o cohousing, che permette una notevole riduzione dei costi e alimenta la socialità; la tendenza allo sviluppo di metodi di sostentamento autosufficienti, tramite la messa a coltura dei terreni circostanti e l’avvio di attività di produzione interna; la diffusione di un nuovo stile di cooperazione e aggregazione sociale che punta a promuovere comportamenti di solidarietà globale, nel rispetto dell’umanità e dell’ambiente.

Datare la nascita degli eco-villaggi è ancora fonte di dibattito. Nonostante il primo utilizzo del termine si riscontri nel 1991, precisamente  nel saggio “Eco-villages and Sustainable Communities” di Robert e Diane Gilman, una prima esperienza comunitaria è registrata già nel 1962 a Findhorn, Scozia, in quella che viene chiamata comunità-giardino.

Logo GEN

Il logo del GEN, Global Ecovillage Network

Una importante spinta allo sviluppo si ha nel 1995, con la fondazione della GEN, Global Ecovillage Network, l’associazione che promuove la conoscenza e l’interscambio di informazioni tra i diversi insediamenti sostenibili presenti nel mondo.

 

La diffusione degli ecovillaggi nel mondo è molto varia, il primato per densità sul territorio spetta agli americani con 2.000 insediamenti concentrati negli Stati Uniti e una popolazione comunitaria stimata intorno ai 100.000 membri.
In Europa sono Gran Bretagna e Irlanda a detenere i primi posti con circa 250 comunità da 5000 componenti. Quindi Germania, oltre cento insediamenti, Francia, 33, Paesi scandinavi, 28, Paesi Bassi, 13, Spagna e Portogallo, complessivamente 23 comunità.

L’Italia presenta una situazione comune agli altri paesi dell’area mediterranea con una forte concentrazione nelle zone centrali della penisola, come mostra la mappatura degli eco-villaggi realizzata dalla Rete italiana dei villaggi ecologici (Rive), storicamente favorite dallo spopolamento degli anni settanta e dalla conseguente creazione di ampie zone rurali libere, idonee all’insediamento.
Generalmente si tratta di realtà di piccole dimensioni con una popolazione media di massimo 20 abitanti, a cui fanno eccezione: Damanhur, 1.200 membri, Nomadelfia, 300, Il Forteto,150.

Damanhur, premiata da un’agenzia delle Nazioni Unite come modello di sviluppo ecosostenibile, è situata in Piemonte, tra la Valchiusella e l’Alto canavese. Fondata nel 1975 da Oberto Airaudi, il suo nome significa “città della luce” e si caratterizza per un’edilizia particolare. Le residenze sono un precoce esempio di bioedilizia, ma sono il tempio esterno e, soprattutto, il sorprendente Tempio dell’Umanità sotterraneo, articolato su 5 piani e collegato da corridoi scavati nella roccia tra il 1977 e il 1992, ad attirare l’attenzione dei visitatori.

Nomadelfia, nasce formalmente nel 1948 dal progetto di Don Zeno di realizzare una micro-società paritetica, ispirata al modello descritto dagli Atti degli Apostoli.
Il nome è di derivazione greca e sottolinea il principio fondante della comunità come “luogo dove la fraternità è legge”.

Il Forteto, infine, nasce negli anni settanta dalla volontà di un folto gruppo di circa quaranta giovani dell’area di Prato.
Uniti da principi di condivisione solidale e di comune adesione alla spiritualità promossa da Don Milani, a favore dell’ascolto e del sostegno ai più deboli, ben presto danno vita ad un progetto laico di inserimento e di accoglienza delle persone più bisognose in attività comunitarie con ottimi risultati di recupero, come attestano le ricerche scientifiche e i convegni sul tema organizzati a partire dal 1998 dalla Fondazione collegata alla comunità.

Moderno modello di ecosostenibilità a 360° è l’eco-villaggio solare iniziativa della Jacopo Fo srl e Banca Etica.
Presentato a Marzo di quest’anno, riunisce le più avanzate soluzioni di ecotecnologia e l’esperienza di importanti studiosi e tecnici del settore green, come i bioarchitetti Sergio Los e Natasha Pulitzer e l’architetto-urbanista Pietro Laureano, attualmente consulente all’Unesco che ha curato la progettazione del sistema idrico.

Un borgo dalla posizione geografica felice: sia dal punto di vista paesaggistico, tra i boschi dello splendido parco umbro della Libera Università di Alcatraz, dove si trova anche l’omonimo ristorante biologico, sia della vicinanza ai principali servizi, a 12 km da farmacia, banca e scuola elementare, e alle vie di comunicazione, poco distante dall’imbocco della superstrada E45 Orte-Ravenna e a 40 km da Perugia.
Le unità abitative presentano diverse tipologie di costruzione, dalla casa antica di pietra a quella avveniristica in lamellare di legno coibentato, ma una garanzia comune: minimo impatto ambientale, alta efficienza energetica.
L’assegnazione di una porzione di giardino, di orto, di oliveto, di frutteto, di bosco, grande almeno 2.000 mq, ad ogni casa permette di ridurre ulteriormente i costi.

Per molti l’ecovillaggio solare è l’ennesima dimostrazione di come sia possibile vivere secondo un modello socioeconomico più equo e attento al rispetto dell’ambiente.

Articoli correlati:

{ 1 comment… read it below or add one }

Franco Da prato dicembre 3, 2011 alle 12:49 pm

Doverose alcune precisazioni sul tema delle comunità intenzionali. Mettere negli articoli le peculiarità delle buone intenzioni di questi sedicenti gruppi della nuova era è un modo per legittimare e sostenere progetti di nuove socialità che a tutt’oggi non hanno prodotto niente di concreto che sia realmente applicabile alla nostra realtà societaria moderna. E’ facile ritirarsi in isolamento in una comune e coltivare quattro zucchini dichiarando al mondo o ai media che la scelta intrapresa è fondamentale per la conversione della società. Questo modello lo hanno istituito i monaci tanti secoli fa’. E poi scusate perché per sperimentare qualcosa le persone necessitano di essere riconosciute come organizzazioni di utilità? Non è che alla fine dietro tutto questo buonismo (che nasce e si sviluppa solo nelle società economicamente e tecnologicamente ricche) si vuole solo vendere una marmellata di pesche a 20 euro perchè la ricetta è di atlantide?!
Curioso che queste realtà non si sviluppino nei poveri del terzo mondo!
Attenti al Lupo cari miei, perché è un bell’animale, ma quando ha fame è bene stargli al largo!
Il nome è Franco Da Prato e sono un fuoriuscito della setta dell’ associazione federazione damanhur, non sono 1200 persone forse poco più di Trecento sparsi nella valchiusella.

Rispondi

Leave a Comment

Inserisci il numero esatto *

{ 1 trackback }