In Italia l’eco-mafia allo sbaraglio nella devastazione ambientale

di Erika Facciolla del 25 maggio 2013

Ecomafie senza freni in Italia, in Europa e nel resto del Mondo: è quanto emerge da uno studio condotto da Legambiente in collaborazione con il Consorzio Polieco che ha evidenziato un numero di reati riconducibili ai traffici di rifiuti e merci illegali a dir poco impressionante.

I dati che riguardano l’Italia parlano di un’inchiesta ogni 4 giorni, 297 tra arresti e denuncie e ben 35 aziende sequestrate, per un affare complessivo da 560 milioni di euro. Il tutto è emerso solo tra il 2011 e il 2012.

All’estero, invece, gli Stati con il maggior numero di inchieste aperte sono Cina, Grecia, Albania, Nord Africa, Medio Oriente e Turchia.

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Che il malaffare avesse preso di mira anche alcuni settori particolarmente redditizi dell’economia ‘verde’ non è una novità, ma fa riflettere che il 68% delle inchieste censite riguardi il mercato illegale di merci contraffatte e specie animali protette, il 23% il traffico di rifiuti,  e solo il 9% le frodi alimentari.

E la maggior parte di questo enorme giro d’affari si muoverebbe soprattutto lungo le grandi vie del mare di mezzo mondo.

Nel Bel Paese, infatti, le strade maggiormente battute dalle ecomafie sono quelle dei porti (122) e degli aeroporti (19). A guidare la ‘speciale’ classifica sono gli scali di Ancona, Bari, Civitavecchia, Venezia, Napoli, Taranto, Gioia Tauro, La Spezia e Salerno.

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Dalle indagini emergono 15 frodi alimentari conclamate, 38 traffici illeciti di rifiuti e ben 110 merci contraffatte. Insomma, una vera e proprio ‘economia parallela’ che cresce a scapito delle normative ambientali vigenti lungo tutta la filiera.

Quando un prodotto contraffatto, un animale o i rifiuti ‘speciali’ escono dai paesi dell’area OCSE dirigendosi verso quelli non OCSE seguono delle rotte ben definite che vengono ripercorse per importare prodotti e merci analoghe: rottami ferrosi da e per l’ Africa, così come i rifiuti pericolosi (Ghana, Senegal, Burkina Fasu), materie plastiche in Cina, pneumatici in India, Corea e Tailandia.

L’import, invece, riguarda principalmente alimenti contraffatti (Est Europa, Cina, Asia), animali (Africa), merci contraffate (Cina, Asia, Est Europa).

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Questo meccanismo mette in circolazione merci meno costose ma molto pericolose per la salute dei consumatori. E diventa un circolo vizioso che i governi e la stessa UE devono combattere attraverso lo strumento legislativo – favorendo, ad esempio, la raccolta differenziata, gli incentivi sulle rinnovabili, la tracciabilità dei prodotti e la tutela dell’ambiente – e una politica di rigore che non lasci canali di finanziamento aperti agli speculatori di turno.

Saremo all’altezza della sfida?

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