L’olio di palma fa male: effetti su salute e ambiente

by Simona Treré on 29 luglio 2016

Scopriamo insieme se l’olio di palma fa male alla salute. Se è cancerogeno, che ruolo ha nella deforestazione e nell’innalzamento delle temperature. Quali le ragioni della sua diffusione nei prodotti alimentari ed i prodotti che non lo contengono.

Da diversi anni si parla dell’utilizzo dell’olio di palma nei prodotti alimentari e ultimamente sono emerse voci molto critiche legate alle presunte responsabilità dei cambiamenti climatici originate dalla  deforestazione e dalla coltivazione di massa delle palme nelle zone umide.

Cercheremo di fare chiarezza su questi aspetti per capire se realmente l’olio di palma fa male alla salute e all’ambiente.

Cominciamo ad elencarne l’origine e le caratteristiche.

Olio di palma: proprietà e caratteristiche

L’olio di palma è un grasso di origine vegetale che si ricava dalla spremitura della polpa del frutto della palma da olio. Viene coltivata nelle regioni umide del pianeta, come Indonesia,  Malesia ed America Latina ed è presente in moltissimi prodotti alimentari e cosmetici.

Dopo la spremitura, l’olio di palma grezzo viene raffinato con processi industriali per ridurne anche il grado di acidità.

Subisce fasi industriali di deodorazione, decolorazione e neutralizzazione che ne fanno perdere le proprietà benefiche.

La maggior parte dell’olio di palma si ottiene al giorno d’oggi da una tipologia di palma.  La  Elaeis guineensis che pur essendo originaria del continente africano è ora molto diffusa in tutto il pianeta.

DA SAPERE: per chiarezza l’olio di palma ottenuto dalla polpa del frutto della palma è rosso e non deve essere confuso con l’olio ottenuto dal nocciolo e dal seme della palma che si chiama Olio di palmisto ed ha proprietà e colore differenti.

L’olio di palma ha una percentuale di grassi saturi non idrogenati pari al 50%, fattore che lo rende quindi semi-solido a temperatura ambiente.

  • Queste qualità lo rendono perfetto per le condizioni ambientali della produzione industriale. I lunghi tempi di stoccaggio, il calore anche prolungato (sole, luce battente) in cui sono conservati i prodotti e la loro conservazione in contenitori non perfettamente chiusi (dadi, biscotti…) per mesi e spesso a temperatura ambiente.

L’olio di palma negli ultimi anni sta sostituendo gli oli vegetali parzialmente idrogenati (per ridurre gli acidi grassi trans) ritenuti dannosi, per cui ne è aumentato enormemente l’impiego:

  •  l’olio di oliva e di semi, “rammolliscono “il prodotto finito, perché ricchi di acidi grassi mono e polinsaturi, e lo deteriorano rapidamente.
  • il grasso dell’olio di palma è così diffuso perché è l’unico che possa resistere senza deteriorarsi e irrancidire. 

Basso costo e versatilità lo rendono uno degli ingredienti maggiormente diffusi, soprattutto nell’industria alimentare.

Viene utilizzato come stabilizzatore, conservante contro l’ossidazione  e ammorbidente della consistenza.

  • L’olio di palma è utilizzato nei prodotti dolciari, nelle creme, nei biscotti, e in molti piatti pronti, ma anche nei prodotti cosmetici, per la cura del corpo e la pulizia della persona, quali saponi, creme e shampoo.

Anche nei prodotti biologici ed equo-solidali lo si può spesso trovare tra gli ingredienti.

L’unico ambito dove non viene impiegato è nei combustibili.  La United States Environmental Protection Agency lo ha infatti escluso dai combustibili ecologici, perché le sue emissioni non rispettano i limiti di riduzione dell’impronta di carbonio richiesta per i biocarburanti.

Olio di palma fa male

L’olio di palma raffinato può nuocere alla salute e all’ambiente

Olio di palma: perché si usa nei prodotti alimentari

Molte aziende usano questo grasso vegetale in diversi prodotti alimentari.

Le ragioni sono di ordine economico, ma anche legislativo.

  1. si comprimono i costi di produzione.  Il prezzo dell’olio di palma è molto basso rispetto alle alternative come margarina, olio di oliva e di altri oli vegetali
  2. garantisce una conservabilità maggiore dei prodotti.
  3. Resiste alla temperatura e all’irrancidimento.
  4. Il risultato è un prodotto più morbido, più umido, che si mantiene comunque fresco, specie se farcito con creme varie, così da ricorrere ad un packaging semplice e poco costoso.
  5. Inoltre l’olio di palma elimina il ricorso all’alcool per prevenire la formazione di muffe.
  6. sia negli alimenti da forno che nelle creme sono i grassi saturi (quelli semisolidi come il burro o la margarina) a dare struttura e consistenza. Gli oli vegetali al contrario sono insaturi e liquidi, dunque poco adatti per stabilizzare. Solo l‘olio di palma, pur essendo di origine vegetale, contiene grassi saturi (palmitico, stearico e laurico) come quelli del burro. Per questo lo sostituisce nelle preparazioni industriali.
  7.  l’olio di palma è insapore e non altera il gusto dell’alimento. Provate a usare l’olio d’oliva nelle torte e vi renderete conto che prevale sul sapore dolce.
  8. dopo l’entrata in vigore delle nuove normative dell’Organizzazione mondiale della sanità sui grassi idrogenati, l’industria alimentare tende ad impiegare sempre più grassi vegetali alternativi. Sono considerati più sicuri rispetto alle margarine e altri grassi vegetali, reputati più nocivi per la salute perché fonte di grassi trans.
Olio di palma, alternativa a basso prezzo al grasso animale

Olio di palma, alternativa a basso prezzo al grasso animale

Olio di Palma: in che alimenti trovarlo

L’olio di palma si trova quindi nel pane, nelle merendine, nei biscotti, ma non solo. Si trova anche in creme di vario tipo sia salate che dolci, negli omogeneizzati e altri prodotti per bambini, nonché in diversi cibi pronti sia secchi che congelati.

Attenzione però, pur essendo un ingrediente altamente diffuso, non è sempre facile da individuare. Nelle etichette dei prodotti non viene quasi mai inserita la dicitura ‘olio di palma’ ma solitamente al suo posto si riporta una più generica voce ‘grassi vegetali‘.

SUGGERIMENTO: se volete rimanere consumatori consapevoli della propria salute sappiate che la soglia giornaliera accettabile per tutti i grassi saturi è il 10% sul totale delle calorie giornaliere.

L’olio di palma fa male alla salute?

Numerosi studi confermano che il consumo abituale di olio di palma tende ad aumentare in modo significativo la concentrazione di grassi nel sangue, dal colesterolo ai trigliceridi, innalzando l’indice di mortalità per patologie cardiovascolari.

L’utilizzo di olio di palma incrementerebbe anche (ecco lo studio) la concentrazione di sostanze infiammatorie nel sangue, ed è ormai convinzione accreditata che stati di infiammazione cronica favoriscono lo sviluppo di patologie cardiovascolari, aterosclerosi, diabete e alcune forme tumorali.

Non da ultimo, l’uso del grasso di palma nella sua forma esterificata (una pratica comune nelle industria alimentare) peggiora il profilo lipidico favorendo danni sul sistema cardiovascolare.

Nel 2013 l’Istituto Mario Negri ha condotto un’ampio studio che comparava diverse ricerche incentrate sulla correlazione tra olio di palma ed il suo impatto sulla salute.

Lo studio evidenzia come tali ricerche trattassero solo gli effetti negativi legati all’alto contenuto di acidi grassi saturi dell’olio, legati all’aumento di rischio cardiovascolare e non all’insorgenza di alcuni tumori.

Olio di palma, cancerogeno o no?

Il 3 maggio 2016 si è pronunciata sulla vexata quaestio anche l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). E’ stato pubblicato un dossier che conferma i possibili rischi sulla salute connessi ad alcune sostanze potenzialmente cancerogene che si formano durante la raffinazione ad alte temperature (200°) degli oli vegetali, tra cui anche (ma non solo) l’olio di palma.

Stiamo parlando dei contaminanti da processo a base di glicerolo presenti nell’olio di palma, in altri oli vegetali, nelle margarine e in alcuni prodotti alimentari. Si tratta dei glicidil esteri degli acidi grassi (Ge), 3-monocloropropandiolo (3-mpcd), 2-monocloropropandiolo (2-mpcd) e relativi esteri degli acidi grassi.

Secondo il parere dell’Efsa queste sostanze «suscitano potenziali problemi di salute per il consumatore medio di tutte le fasce d’età giovane e per i forti consumatori di tutte le fasce d’età».

Il gruppo di esperti scientifici dell’Efsa sui contaminanti nella catena alimentare (Contam) ha esaminato le informazioni sulla tossicità del glicidolo per valutare il rischio dai Ge, ipotizzando una conversione completa degli esteri in glicidolo dopo l’ingestione.

Quest’ultimo è noto per avere potenziali effetti cancerogeni e genotossici;  con questo secondo termine si intende la capacità di danneggiare le informazioni genetiche all’interno delle cellule, un fenomeno all’origine di mutazioni che possono degenerare in cancro.

L’Efsa ha messo in relazione il rischio per la salute alle quantità di contaminanti consumate quotidianamente, concentrando soprattutto l’attenzione sui più giovani.

La questione riguarda gli oli vegetali nel loro complesso, le margarine e altri prodotti alimentari ma soprattutto l’olio di palma. Questo ultimo è finito nel mirino perché contiene quantità nettamente più elevate di queste sostanze potenzialmente nocive rispetto agli altri ingredienti citati.

I più elevati livelli di Ge, come pure di 3-mcpd e 2-mcpd (compresi gli esteri) sono stati infatti riscontrati in oli di palma e grassi di palma. Per i consumatori a partire dai tre anni di età, le principali fonti di esposizione a tutte le sostanze sono rappresentate da margarine, dolci e torte.

Nel valutare le sostanze genotossiche e cancerogene che sono presenti accidentalmente nella catena alimentare, l’Efsa calcola un cosiddetto “margine di esposizione” per i consumatori.

In generale, più tale margine è elevato più si può star sicuri. In merito al 3-mcpd e relativi esteri degli acidi grassi è stata stabilita una dose giornaliera tollerabile (Dgt) di 0,8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (µg/kg di peso corporeo/giorno), mentre per il 2 mcpd le informazioni tossicologiche sono ancora troppo limitate per stabilire un livello sicuro.

Le conclusioni del dossier sono chiare: la stima delle esposizioni medie ed elevate al 3-mcpd di entrambe le forme per le fasce di età più giovani, adolescenti compresi (fino ai 18 anni di età), supera la dose giornaliera tollerabile e costituisce un potenziale rischio per la salute.

L’olio di palma contribuisce in maniera rilevante all’esposizione a 3-mcpd e 2-mcpd nella maggior parte dei soggetti. Non c’è da star troppo tranquilli, perché l’Efsa ha rilevato che i livelli di 3-mcpd e dei suoi esteri degli acidi grassi negli oli vegetali sono rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi cinque anni.

In conclusione, il gruppo di esperti sui contaminanti nella catena alimentare evidenzia che i Ge costituiscono un potenziale problema di salute per tutte le fasce d’età più giovani e mediamente esposte, nonché per i consumatori di tutte le età con esposizione elevata.

L’esposizione ai Ge dei neonati che consumino esclusivamente alimenti per lattanti costituisce motivo di particolare preoccupazione, in quanto è fino a dieci volte il livello considerato a basso rischio per la salute pubblica», ha affermato la dottoressa Helle Knutsen, presidente del gruppo Contam.

In questo quadro tutt’altro che rassicurante c’è per fortuna anche una buona notizia:

  • il dossier ha rilevato un dimezzamento dei livelli di Ge negli oli e grassi di palma tra il 2010 e il 2015, grazie a quelle misure adottate volontariamente dai produttori che hanno permesso una notevole diminuzione dell’esposizione dei consumatori a queste sostanze nocive.
  • Il gruppo scientifico ha espresso una serie di raccomandazioni affinché si conducano ulteriori ricerche per colmare le lacune nei dati e approfondire le conoscenze sulla tossicità di queste sostanze (in particolare di 2mcpd) e sull’esposizione dei consumatori.
  • In attesa di questi progressi la palla passa ora ai gestori del rischio della Commissione europea e degli Stati membri, chiamati a regolamentare la sicurezza alimentare.
  • Questo dossier e la consulenza scientifica dell’Efsa aiuteranno a capire come gestire i potenziali rischi per i consumatori, che tramite l’alimentazione si ritrovano esposti a tali sostanze.

In Italia già si muove qualcosa.

  • Alla luce del pronunciamento dell’Efsa, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha chiesto al commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare, Vytenis Povilas Andriukaitis, di avviare con urgenza l’esame della questione all’interno dei gruppi tecnici.
  • Si invita dunque a valutare l’eventuale necessità di procedere all’adozione di misure (anche precauzionali) finalizzate alla tutela della salute dei cittadini.
  • Il ricorso a strumenti comunitari è indispensabile per garantire un approccio realmente tutelante, in quanto omogeneo in tutto il territorio dell’Unione, con l’adozione, se necessario, di misure uguali in tutti i Paesi membri, sia da parte delle autorità che del settore produttivo, ha ribadito il ministro Lorenzin.

Negli ultimi dieci anni l’utilizzo nell’industria alimentare dell’olio di palma, in sostituzione di burro e margarina, ha registrato un vero e proprio boom.

  • Impiegato per conferire gusto, consistenza, friabilità e croccantezza ai più svariati prodotti (da quelli da forno ai biscotti, ai crackers, alle merendine, ai dolci fino ai gelati), questo olio vegetale trova i suoi punti di forza nei bassi costi di produzione, nell’essere insapore, nella versatilità e nella maggior resistenza ai processi ossidativi e di irrancidimento.
  • Il suo forte limite ai fini della sicurezza alimentare sta però nell’eccessivo contenuto di grassi saturi: in natura l’olio di palma si differenzia infatti dagli altri grassi di origine vegetale per la prevalenza dei grassi saturi su quelli insaturi, tanto da risultare più simile ai lipidi di origine animale.

Recentemente anche il ministero della Salute ha richiesto all’Istituto superiore di sanità un parere tecnico scientifico sull’eventuale tossicità dell’olio di palma come ingrediente alimentare.

Pur evidenziando che ad oggi mancano dati su possibili associazioni tra patologie tumorali e olio di palma, l’indagine lascia poco adito a dubbi nelle sue principali conclusioni, che qui sintetizziamo: «Esiste una vasta letteratura scientifica che da tempo mette in evidenza con certezza l’associazione tra consumo in eccesso di grassi saturi e aumento del rischio di malattie cardio/cerebrovascolari.

L’olio di palma, rispetto a oli ricchi di mono o polinsaturi determina un aumento considerevole di colesterolo totale, LDL, apoB e colesterolo HDL.

L’assunzione di acidi grassi in eccesso, molti dei quali ad oggi legati a consumo di olio di palma, può incrementare rischi per la salute della popolazione in generale, ma ancor più di alcune fasce di popolazione più vulnerabili quali bambini, anziani, dislipidemici, obesi, pazienti con pregressi eventi cardiovascolari e ipertesi».

Così si è espresso l’Istituto Superiore di Sanità: ora che le indicazioni in etichetta sono finalmente trasparenti e che sapete in che misura realmente l’olio di palma fa male alla salute, resta a voi la scelta se continuare a consumare o meno prodotti che lo contengano.

Merendine e biscotti senza olio di palma

Ma come cercare di evitare il consumo anche indiretto dell’olio di palma? Meglio evitare l’acquisto di prodotti con ingredienti come grassi vegetali, scegliere prodotti palm oil free o preferire prodotti preparati direttamente in casa a quelli già confezionati.

Alcuni brand già non ne fanno uso, tra cui sia prodotti a marchio proprio (solo le linee biologiche) di alcune catene di supermercati come Coop, Esselunga e Pam, che aziende meno conosciute ma attive nell’alimentazione bio o energetica come Gérminal, Céréal, Misura, e ancora marchi come Loacker, La città del Sole, Galbusera e Ferrero, ma solo per alcuni  prodotti.

Eccovi il nostro approfondimento di dettaglio sui Prodotti che non contengono olio di palma.

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Eccovi anche alcune ricette fai da te senza olio di palma:

Olio di palma e ambiente: la deforestazione

Gran parte delle bellissime e intricate foreste pluviali del sud-est asiatico sono andate perse negli ultimi anni per far posto alle coltivazioni di palma da olio sia nelle Filippine che in gran parte della Malesia e dell’Indonesia, in seguito al costante aumento della domanda da parte delle aziende alimentari.

  • Effetti sulle biodiversità e sulla popolazione. L‘allarme per la distruzione della biodiversità di questi ecosistemi è alto, al posto delle foreste oggi sorgono sempre più piantagioni di palme, poco costose in termini di manutenzione e dalla resa elevatissima rispetto agli altri oli.
    La popolazione locale, oltre a perdere il suo millenario habitat, dove era abituata a procurarsi cibo rispettando l’eco-sistema di cui faceva parte, oggi è ridotta in schiavitù.  Diventa forza-lavoro senza diritti, sfruttata dalle multinazionali agro-alimentari per lavorare nelle piantagioni di palma da olio in condizioni di sfruttamento.
  • Effetti sugli animali. Anche la fauna locale come ad esempio la tigre Malese e di Sumatra ha subito conseguenze negli ultimi anni con una forte riduzione del numero di esemplari come conseguenza degli stravolgimenti del loro habitat e dell’intero sistema botanico.

PER SAPERNE DI PIU’: Sostituti degli ingredienti tradizionali nei dolci

  • Effetti sul cambiamento climatico. L’abbattimento di porzioni sempre più ampie di verde aumenta anche la produzione di gas responsabili dell’effetto serra. Le foreste, ricche di ossigeno, sono fondamentali per limitare le sostanze inquinanti nell’aria. Anche i consumi d’acqua, di fertilizzanti, di pesticidi aumentano per via delle piantagioni di palma da olio. Lo stesso Governo indonesiano ammette che l’85% delle emissioni di gas serra deriva proprio dal cambiamento dell’uso del suo suolo, ossia dalla deforestazione. Il global warming è dunque in parte riconducibile all’invasione delle piantagioni di palma da olio.
La coltivazione di olio di palma distrugge le foreste asiatiche e contribuisce al cambiamento climatico

La coltivazione di olio di palma distrugge le foreste asiatiche e contribuisce al cambiamento climatico

Tutto questo accade con il beneplacito dei funzionari governativi locali  i quali hanno dichiarato le foreste come terra destinata a piantagioni perché “inutilizzata” e “improduttiva“.

Queste sono zone da secoli appartengono a piccoli agricoltori e a popoli indigeni che coltivano riso e legumi, raccolgo frutta selvatica, piante medicinali e materiale da costruzione, coesistendo con la Natura in modo pacifico.

I  numerosi appelli e dimostrazioni internazionali e un’opinione pubblica sempre più informata sull’olio di palma e la sua presunta pericolosità, cominciano ad avere alcuni effetti concreti:

  •  nel 2014 è stato raggiunto un accordo importante (High Carbon Stock Approach).  Tutte le aziende interessate alle piantagioni di olio di palma si impegnano a minimizzare il loro impatto ambientale.
  • Alcune multinazionali come P&G, L’Oreal, Unilever, Nestlé, Wilmar International e Cargill hanno dichiarato di aver aderito a questo accordo, un segnale decisamente positivo.

Non va nemmeno sottovalutato il ruolo dei Paesi importatori netti di questo ingrediente:

  • possono utilizzare la leva fiscale per rendere più costoso e quindi meno conveniente lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali per produrre l’olio di palma.
  • Va per esempio inquadrato in quest’ottica il radicale cambio di orientamento operato nel 2012 in Francia. Il Ministro del Budget Jérôme Cahuzac (l’equivalente del Ministero del Bilancio) e la Commissione Affari Sociali del Senato francese decisero di aumentare del 300% la tassazione dell’olio di palma.

Ma l’olio di palma può essere sostenibile?

Questa è la classica domanda da un milione di dollari e la risposta è “Dipende”.  Dipende infatti in buona parte dalle condizioni in cui viene organizzata quest’attività economica.

Come per tutte le piante, ci possono infattti essere delle coltivazioni piccole e familiari così come coltivazioni intensive e ad alta resa, come lo è del resto l’agricoltura organizzata su scala ‘industriale’ dei Paesi più sviluppati.

Semplicemente, le piantagioni più grandi si trovano nel Sud-Est asiatico, Indonesia e Malesia in particolare. Le multinazionali hanno avviato -col beneplacito del governo locale- una sistematica opera di deforestazione per far spazio alle palme.

Invece in altre zone, come il Sudamerica, questa coltivazione non è così diffusa e rimane in mano a piccoli agricoltori.

Nelle loro aziende, producono e raccolgono i frutti della palma su una scala familiare con un minore impatto sull’ambiente.

Queste coltivazioni non creano danni all’ambiente, così come non hanno bisogno di pesticidi o di concimi per far crescere le palme in fretta.

Il ritmo è più lento, più pacato, e la produzione dell’olio rispetta pertanto l’ambiente. Ma come farebbero questi agricoltori a competere con le multinazionali?

  • Visto che non possono lavorare sul prezzo e sulla quantità, cercano di farlo offrendo un prodotto qualitativamente migliore.
  • Ottengono quindi certificazioni, come quelle ambientali e quelle biologiche, per un prodotto con gli stessi benefici degli altri.

Un alimento biologico non utilizza i pesticidi e concimi. Sebbene i concimi non siano particolarmente utili per gli alberi i pesticidi vengono largamente utilizzati.

In queste piantagioni bio invece non sono presenti, per cui non vengono assorbiti dall’olio che, di conseguenza, avrà meno residui.

  • L’assenza dei residui,  fa sì che lolio prodotto sia migliore dal punto di vista degli agenti tossici come succede con frutta e verdura biologica.

Dipende quindi, oltre che dai governi e dai grandi produttori, anche da noi consumatori.

Quanto siamo disposti a pagare di più per avere un prodotto meno dannoso per l’ecosistema?

In ultima analisi:

  • l’olio di palma non è un prodotto nato lo scorso anno, ma una cosa conosciuta da molto tempo
  • i danni che provoca dipendono fondamentalmente dalle colture intensive delle multinazionali
  •  nel mondo esiste anche un olio di palma “buono”. Sempre quello è, ovviamente, ma i danni ambientali si riducono e il prodotto può essere più salutare.

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Marco novembre 20, 2013 alle 5:24 pm

Quali sono le marche che non mettono olio di palma nei biscotti?

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IRENE maggio 16, 2015 alle 2:38 pm

I migliori sono I BISCOTTI GENTILINI… buonissimi

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