L’altra faccia del caffé, cosa c’è dietro la nostra bevanda preferita?

di Erika Facciolla del 18 ottobre 2013

Che sia la bevanda preferita da milioni di persone in tutto il Mondo è un dato certo. La sua storia affonda le radici attorno al 900-1000 d.C., periodo in cui diversi esperti e studiosi fanno risalire gli albori della sua tradizione. Seguendo le rotte delle navi – le stesse che hanno portato nel Vecchio Continente tanti altri prodotti fino a quel momento sconosciuti – il caffé è approdato in Europa nel 1615 grazie ad alcuni commercianti veneziani e turchi, per poi diffondersi in tutta la penisola con la comparsa delle prime ‘Botteghe del caffé’.

Grazie al successo ottenuto in breve tempo, la produzione è aumentata in maniera esponenziale anno dopo anno e con essa il numero di piantagioni diffuse nelle colonie europee d’oltreoceano. Nel 1970 gli olandesi cominciarono a coltivarlo in Indonesia, nel 1720 toccò ai francesi con la prima piantagione a Martinica e poco più tardi furono i portoghesi, inglesi e spagnoli ad iniziare a coltivare le preziose piantine in Brasile, Messico, America Centrale e Africa.

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Man mano che il volume d’affari cresceva, dunque, le piantagioni di caffé diventavano sempre più numerose e vaste iniziando così a sottrarre terreni e risorse alle popolazioni indigene che finivano con l’essere ridotte in schiavitù e costrette a vere e proprie deportazioni. Miseria, sfruttamento e povertà non sono però caratteristiche solo del periodo coloniale. Oggi, infatti, il destino dei piccoli agricoltori, dei braccianti e dei contadini impegnati nella produzione del nuovo ‘oro nero’ è drammaticamente intrecciato all’andamento del mercato, alle repentine oscillazioni del prezzo della materia prima, ad un costo della manodopera estremamente basso e alle spregiudicate politiche delle grandi aziende che monopolizzano il settore.

Nel 1962 paesi acquirenti e coltivatori hanno siglato un accordo internazionale (ICA) per tentare di stabilizzare i prezzi tutelando i paesi produttori e limitando le esportazioni; con analoghe intenzioni, due anni dopo è nata l’associazione  dei paesi produttori di caffé (APPC).

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Più di recente abbiamo assistito alla nascita di diversi marchi equo-solidali impegnati nella promozione di un modello di consumo etico e consapevole che, attraverso un sistema di certificazioni appositamente create per tracciare e controllare la filiera produttiva e la rete commerciale, sostengono i coltivatori del ‘sud del mondo’ e le organizzazioni umanitarie coinvolte. Già, perché dentro una tazzina di caffé c’è molto più che una semplice bevanda. C’è tanto lavoro, fatica e sudore, ci sono salari bassissimi e un processo di lavorazione lungo e complesso che costa al nostro pianeta un altissimo tributo in termini di acqua, terra e inquinamento.

L’uso dei prodotti chimici (fertilizzanti e antiparassitari) è molto dannoso sia per i contadini, che non sono dotati delle giuste attrezzature per proteggersi dal contatto con tali sostanze, che per l’ambiente: la lavorazione ad umido delle ciliegie di caffé, in particolare, favorisce la dispersione di residui inquinanti nelle falde acquifere che vengono così irrimediabilmente contaminate.

Sono gli stessi contadini che, per evitare tutto questo, mettono in atto antiche pratiche di coltivazione basate sui cicli naturali della terra: basti pensare agli indios di alcune comunità nel Sud del Messico che da oltre 100 anni producono un ‘caffé sano’ e rispettoso della natura. La prova che la coltivazione intensiva del caffé, nonostante siano trascorsi diversi secoli, sia legata ancora oggi a politiche fondamentalmente colonialiste sta nel fatto che solo 1/3 della produzione totale arriva da piccole aziende, spesso gestite da agricoltori indipendenti e dalle loro famiglie. Tutto il resto proviene dai grandi latifondisti di Brasile, Colombia e America Centrale (i cosiddetti ‘baroni del caffé’), che monopolizzano di fatto il mercato penalizzando i piccoli produttori e alimentando lo sfruttamento di salariati giornalieri e braccianti.

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Ed è proprio la possibilità di accesso al mercato l’altro nodo cruciale: molti agricoltori indipendenti sono costretti ad affidarsi ad intermediari per vendere il loro caffé per cifre che sfiorano la metà o un quarto del prezzo di mercato. Basti pensare che un contadino etiope, dalla vendita del suo caffé, ricava circa 60 dollari l’anno, mentre nel 1998 ne guadagnava 320. Una differenza che ha iniziato a formarsi nel 1989, anno in cui gli Stati Uniti ruppero gli accordi internazionali che regolavano il prezzo del caffé esponendolo alle repentine oscillazioni di mercato. Per sanare questo enorme handicap e tutelare i contadini oggi esistono diverse cooperative e organizzazioni di commercio ‘equo e solidale’, nate con il preciso scopo di liberare i produttori più deboli dall’ingerenza degli intermediari.

Ancora più difficile la situazione dei salariati giornalieri che non possiedono terre e sono costretti a lavorare nelle piantagioni sottopagati e privi di diritti. Le condizioni di vita di queste persone, inoltre, peggiorano giorno dopo giorno poiché le strategie finanziarie e commerciali perpetrate dalle multinazionali sono a dir poco spregiudicate. Il 13 maggio scorso la polizia di San Paolo (Brasile) ha rinvenuto i resti mortali di un centinaio di schiavi africani in un terreno adibito a piantagione abbandonato da oltre mezzo secolo. Un vero e proprio ‘cimitero degli schiavi’, insomma, testimonianza di un passato le cui ombre sono ancora tristemente proiettate sul nostro presente.

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